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Daniele Comboni: un missionario che credette negli Africani
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Africa o Morte
Il 5 ottobre 2003, nella Basilica di San Pietro in Roma, Giovanni
Paolo II dichiarerà Daniele Comboni santo. Questo intrepido operaio
del Vangelo, la cui vita missionaria si è svolta all’insegna di una
sola passione, quella per l’Africa, tra le cui terre visse 25 anni
della sua intensa e breve vita, diviene ora un intercessore universale
e un modello per tutti coloro che vogliono impegnarsi per trasformare
il mondo in Regno di Dio.
Come arrivò il giovane Daniele alla decisione di diventare
missionario? Aveva circa 18 anni quando a Verona incontrò don Angelo
Vinco, un missionario da poco tornato dal Sudan in cerca di aiuti e di
personale. Il giovane seminarista Comboni fu profondamente toccato nel
sentire circa le condizioni di vita in cui versavano centinaia di
milioni di Africani e dopo un anno dall’incontro col Vinco, fece
giuramento, nelle mani del sacerdote veronese don Nicola Mazza, di
spendere la sua vita per l’Africa. Ne voleva avere cento di vite per
poterle tutte dedicare all’Africa! |
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Oltre agli studi teologici, Comboni cominciò ad interessarsi di
medicina e di agricoltura e a studiare francese ed arabo. Ordinato
sacerdote nel dicembre del 1854 non poté subito partire per realizzare
il suo sogno; nel frattempo, prepara i genitori al doloroso distacco.
Nel 1857, assieme ad altri compagni, parte alla volta dell’Africa e
inizia il suo ministero missionario nel febbraio 1858, nella missione
di Santa Croce, in Sud Sudan, a 50 chilometri da Juba, capoluogo della
regione. Purtroppo sull’entusiasmo e allo zelo missionario ebbero
sopravvento la malaria ed altre malattie tropicali, che nel giro di
poco tempo, decimarono i missionari.
Comboni non si scoraggia, ma fermo nella sua decisione di dedicare la
sua vita all’Africa, rinnova il suo giuramento di continuare fino
alla fine la missione intrapresa. E anche se, nel 1859, deve rientrare
in Italia perché stremato dalle febbri, concretizza la sua
determinazione nel famoso grido: “O Africa o morte!”.
Uomo deciso e tutto di un pezzo, mai pensò di fare marcia indietro
anche quando tanti altri missionari, scoraggiati dalle difficoltà,
dovettero rientrare in Europa, per aspettare ‘tempi migliori’. Nel
1862, lo stesso Papa Pio IX gli ordina di chiudere la missione del
Sudan perché troppo costosa in termini di personale e di soldi.
Comboni obbedisce, ma si mette subito al lavoro affinché la missione
possa essere riaperta il prima possibile e possa finalmente progredire
senza ostacoli verso la sua realizzazione.
L’ora dell’Africa…
Certo della sua vocazione, Comboni continua a studiare come meglio
assicurare un futuro all’evangelizzazione e allo sviluppo integrale
del continente africano. Viaggia per tutta l’Europa ed incontra
uomini e donne interessati al discorso missionario e ad impegnarsi
nell’avventura africana. Comboni aveva visto che i missionari
europei in Africa non sopportavano l’inclemenza del clima e che,
dunque, se la missione doveva dipendere da loro, non ci sarebbe stato
un futuro. Si domandò quindi: perché non fondare la missione sul
personale africano più che non su quello europeo?
Nel settembre 1864, mentre si trova in San Pietro, crede di aver
finalmente trovato quello che stava cercando da qualche tempo.
Sostenuto dalla luce dello Spirito Santo e desideroso di contribuire
ad un futuro luminoso per il continente, scrive il famoso Piano per
la Rigenerazione dell’Africa attraverso gli Africani, un
documento dove spiega il nuovo metodo di lavoro missionario
con il quale aggirare le difficoltà che fino allora avevano bloccato
il lavoro di numerosi missionari. Dove consisteva la novità in tale
Piano? Mettere gli Africani al centro dell’attività
missionaria e non più soltanto come beneficiari della missione, ma
piuttosto come diretti attori della proclamazione della Buona Novella
e del progresso delle popolazioni del Continente.
Per poter raggiungere a tale obiettivo e preparare Africani alla
missione propone di fondare una serie di collegi e di università sulle
coste africane dove il clima fosse vivibile anche gli Europei. Il loro
compito sarebbe stato di formare gli Africani nella fede e nella
scienza dello sviluppo, affinché una volta preparati, tornassero
nell’interno del Continente, nelle nazioni di origine, per diffondervi
- come Comboni stesso scrive - la fede cattolica e la civiltà
cristiana.
Comboni ha creduto profondamente nella capacità degli Africani di
vivere il Vangelo, di rinnovare il Continente e di creare un futuro
libero da ogni tipo di schiavitù. Sì! Questa è stata la grandissima
novità del Comboni: il coraggio di fidarsi e di credere nella
potenzialità delle popolazioni africane in un tempo quando l’Europa
guardava a loro solo come a degli esseri da soggiogare e alle loro
terre come a delle fonti illimitate di risorse di ogni genere
attraverso le quali assicurarsi benessere e ricchezza.
… e della donna
Comboni aveva capito che senza la presenza femminile, la missione
africana sarebbe stata un continuo fallimento, e si fidò moltissimo
della capacità della donna nel rivelare il volto umano di Dio. Anche
in questo fu un vero pioniere, se consideriamo che la donna, nel 19°
secolo, era ancora al margine della società sia civile, che
ecclesiale. Nelle sue lettere ripete più volte che il suo secolo è il
“secolo dell’Africa e il secolo della donna” e si sente orgoglioso di
essere stato il primo a portare le suore missionarie nell’Africa
Centrale. Infatti, aveva visto per esperienza diretta che la donna
europea riusciva a resistere meglio dell’uomo al clima tropicale, e
aveva capito che la carta vincente era puntare sulla promozione della
donna africana, attraverso la quale, poi, tutta una Nazione e un
Continente potevano guardare con speranza ad un futuro più dignitoso.
Comboni era certo del contributo unico che la donna poteva dare alla
missione, alla diffusione della fede e alla lotta contro ogni genere
di male, come l’analfabetismo e le malattie endemiche, e voleva che la
donna si rendesse consapevole delle sue capacità intellettuali e
operative per così metterle a disposizione della società e nella
Chiesa.
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Nella donna cristiana impegnata nell’attività missionaria Comboni vede
una “vera immagine delle antiche donne del Vangelo” e la considera “il
braccio destro della missione, lo scudo, la forza la garanzia del
ministero del missionario”. Se in poco tempo, il numero delle
missionarie superò quello dei missionari, il merito è anche di Comboni.
Come già accennato sopra, pochissimi suoi contemporanei credevano
nella capacità della donna ma la storia ha dato ragione al missionario
di Limone sul Garda. |
Apostolo sociale ed ecclesiale
La missione per Comboni voleva dire civilizzazione cristiana. Nel
1880, mentre redige il Quadro storico delle scoperte africane, Comboni
scrive: “Fede cattolica e civiltà cristiana, ecco il sublime
apostolato della grande opera della redenzione della Nigrizia”.
Per poterla realizzare, Comboni prepara e vuole laici, suore e
fratelli missionari capaci di operare nei campi della politica,
dell’economia, della medicina, dell’agricoltura, della finanza, dei
diritti umani, della difesa del creato, ecc. Comboni è stato un
pioniere ed uno dei primi grandi organizzatori dell’apostolato
sociale, che sarà poi ufficialmente sancito nella lettera enciclica di
Leone XIII Rerum Novarum del 1891, sull’impegno sociale della
Chiesa e dei cattolici. Con questa enciclica, si inizia ad avere una
visione della società non più divisa fra ricchi e poveri, e la povertà
viene denunciata come una situazione insostenibile dove i poveri, o
meglio, gli impoveriti, sono frutto di responsabilità precise che
vanno assunte e denunciate.
L’altro grande settore in cui Comboni dedica la sua energia è
l’apostolato religioso. Fin dall’inizio del suo ministero missionario,
Comboni ha sempre pensato che la chiesa del Sudan, che la chiesa
dell’Africa, dovesse essere diretta da gente locale, da sacerdoti
locali, e appena fu fatto vescovo di Khartoum, cominciò a promuovere
vocazioni sacerdotali sudanesi, e dato che non aveva un seminario in
Sudan, mandava i suoi seminaristi a Roma, nel seminario di Propaganda
Fide.
Quando Comboni morì, il 10 ottobre 1881, c’erano già tre sacerdoti
locali, un’altra straordinaria realtà in quel tempo, quando ancora si
pensava che gli unici capaci ad essere missionari potevano essere
soltanto gli europei.
Nuova collaborazione fra Europa e Africa
La collaborazione è un segno profetico che deve sempre inspirare i
rapporti fra le persone, i gruppi e le nazioni, come, nel nostro caso,
l’Europa, l’Italia e l’Africa. All’inizio del 3° millennio, qual è il
modo migliore per assicurarsi che l’Africa assuma il suo posto nel
consesso mondiale? Io sono convinto che è innanzitutto quello di
promuovere le donne e gli uomini d’Africa ad essere i protagonisti
della loro vita ecclesiale e sociale, ma non solo. Anche il continente
europeo ha bisogno di crescere nel suo modo di rapportarsi al
continente africano e di cambiare alcune politiche nei suoi riguardi.
Il futuro dell’Africa non sta nel mandare tonnellate di cibo in
Africa, iniziativa che, oltre a distruggere l’impegno locale
nell’agricoltura, perpetra politiche ingiuste a scapito dello sviluppo
integrale del continente africano. Oggi più che mai, la società
civile, i governi e le chiese d’Europa devono impegnarsi per divenire
catalizzatori di scelte che siano a favore della vita di ogni persona,
soprattutto di coloro i cui diritti umani sono stati, per troppo
tempo, oltraggiati. Comboni ha sognato e ha vissuto all’insegna di
quello scambio che non crea dipendenza, ma che invece assicura
autonomia e rispetto della dignità di tutti. L’evento della sua
canonizzazione ci ricorda che questa è la strada da seguire, per
continuare nel cammino di un’autentica alleanza, nel segno della
solidarietà, della giustizia e della pace.
P. Francesco Pierli, missionario comboniano
e-mail:
francescopierli@hotmail.com
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